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Adiratevi ma non peccate

Jesus – Bisaccia del mendicante – Marzo 2019
dal sito del Monastero di Bose

Nel salmo 4, il salmo della compieta della domenica sera, c’è un versetto che può suonare di difficile comprensione per i nostri orecchi che vedono nell’ira, nella collera, nello sdegno solo un peccato, o per lo meno un difetto del carattere.
Il versetto – che nella Vulgata suona: “Irascimini et nolite peccare” – va tradotto: “Adiratevi ma non peccate”, o “Andate in collera e non peccate” (Sal 4,5). L’Apostolo lo riprende tra le esortazioni della Lettera agli Efesini, aggiungendovi le parole: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date spazio al diavolo” (Ef 4,26-27).

Dunque è possibile andare in collera, adirarsi, ma occorre nello stesso tempo non cadere in peccato, non permettere che il divisore trovi spazio in questo sentimento e nella sua espressione. Si può, a questo proposito, dire qualcosa di più concreto e preciso? Dobbiamo innanzitutto riconoscere che l’ira, la collera spesso nella Bibbia ha come soggetto Dio stesso. Il Signore Dio va in collera, dicono soprattutto i profeti in un linguaggio antropomorfico con cui si vuole esprimere la sua passione, il suo amore che, quando è contraddetto o offeso, lo porta a soffrire, a reagire con indignazione. Di fronte a ciò che è male, Dio non resta impassibile, ma prova un sentimento che lo spinge a manifestare il suo disappunto, il suo atteggiamento contrariato dal male operato.

Questa collera, questo indignarsi di Dio non è smentito da Gesù, “mite e umile di cuore” (Mt 11,29) ma capace di mostrare collera e sdegno in molte situazioni. Nella sua predicazione appaiono atteggiamenti e parole che ci sorprendono forse per la loro durezza, vengono gridate minacce che stanno nello spazio dell’invettiva e mostrano un Gesù sdegnato. Quando grida verso Corazin e Betsaida, dicendo che Tiro e Sidone avranno una sorte meno dura nel giudizio, o quando inveisce contro Cafarnao, dicendo che sarà sprofondata all’inferno, Gesù si mostra come un profeta pieno di passione, capace di assumere toni collerici. Quando attacca scribi e farisei e ne fa la caricatura, denunciando apertamente i loro atteggiamenti di peccato e menzogna, gridando loro: “Serpenti! Razza di vipere!” (Mt 12,34; 23,33), Gesù è adirato. E così quando, entrato in Gerusalemme, scaccia dal tempio con una corda i commercianti e rovescia i loro tavoli, Gesù mostra di essere in collera. Eppure queste parole e questi gesti non sono certamente peccato, perché “in lui non c’è stato peccato” (cf. 1Gv 3,5), anzi sono segni efficaci e chiari che esprimono la volontà di Dio vissuta da Gesù e la sua passione per la giustizia e la sincerità.

Dunque ci sono situazioni in cui è comandato: “Adiratevi! Indignatevi!”. In questo caso si alza la voce, si grida, si disapprova il male, l’errore commesso, si fa capire la gravità di ciò che viene denunciato come ingiustizia, male, peccato. La collera deriva da un impulso, da un processo emozionale che i greci chiamavano thymós, soffio passionale. Sì, chi ha passione si indigna di fronte al male, denuncia con forza l’errore, dice che si deve vigilare per non farlo, che non lo si deve ripetere più! Questa è una risposta corretta e necessaria di fronte a situazioni di ingiustizia, di falsità, di grave danno arrecato.

Ma oggi siamo ancora capaci di indignazione, di un’insurrezione delle coscienze, oppure l’indifferenza è a tal punto diffusa che lascia posto solo a rabbia e a rancore? Ecco, il rancore, questo sì è un grande peccato ispirato dal diavolo. Si tratta di una rabbia non espressa esternamente, che si contiene e si nutre ogni giorno con l’ostilità: non si reagisce in modo manifesto all’altro ma si cova rabbia contro di lui; non si alza la voce ma si lascia posto all’ululare nel cuore; non si dice la propria contrarietà ma interiormente si accumula risentimento. Vi sono persone che paiono mitissime, che non si indignano mai esteriormente, anzi arrivano persino ad abbozzare falsi sorrisi, ma che nel cuore hanno una rabbia infinita: quando questa si manifesta, produce danni incalcolabili… Anche l’ultimo rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana denuncia come malattia sociale il rancore che ammorba la vita dei cittadini, incapaci di indignazione ma pronti a essere cattivi e rabbiosi.

Difficile esercizio quello dell’andare in collera senza peccare, senza cedere al rancore; ma difficile esercizio anche quello dell’accogliere la parola collerica dell’altro, quando è motivata come correzione (non come offesa o disprezzo), e non farne un’occasione di inimicizia o di condanna, ma una possibilità di interrogarsi, esaminarsi ed eventualmente convertirsi.

Madre Gemma è tornata alla casa del Padre

La Madre superiora delle suore Povere Bonaerensi di Salita Granarolo è tornata alla casa del Padre.

La comunità parrocchiale di San Rocco di Genova, si stringe attorno alle nostre suore per pregare con loro.

Il Santo Rosario per Madre Gemma verrà recitato oggi pomeriggio, Sabato 24 febbraio,  alle ore 16.00 presso l’obitorio di San Martino e domani, Domenica 25 alle ore 17.00 nella cappella dell’Istituto delle suore in salita Granarolo.
Il funerale di Madre Gemma verrà celebrato a San Rocco Martedì 27 alle ore 08.15

La santità consiste nell’avere molta fiducia in Dio e sperare tutto dalla sua Divina Provvidenza. (Madre Camilla)

croce

Enzo Bianchi Gesù di Nazaret affascina ancora oggi

Enzo Bianchi Gesù di Nazaret affascina ancora oggi

Enzo Bianchi
dal sito di Famiglia Cristiana (tratto da Vita Pastorale di febbraio 2018)La Chiesa che è in Italia è dotata di molti doni ed è ancora una realtà viva in questa nostra società segnata dalla secolarizzazione, certo, ma soprattutto dall’indifferenza verso ciò che costituiva la sua anima fino a mezzo secolo fa: la “religione cattolica”.
Non siamo ancora in una situazione di cristiani in diaspora e neppure di piccole comunità di credenti che testimoniano il Vangelo in condizione di minoranza. Il panorama è variegato, ma ci sono ancora regioni in cui le comunità cristiane sono realtà visibili, eloquenti, nelle quali, seppur in diminuzione, non sono esigue le vocazioni al ministero presbiterale. Vi è,dunque, una grande opportunità per il cristianesimo e, di conseguenza, per le Chiese, che dovrebbero restare vigilanti più che mai e dotarsi di un nuovo soffio di vita. Sono, cioè, chiamate a favorire una maturazione della soggettività dei battezzati, un rinnovamento della fede, sempre più pensata, e l’esercizio di uno stile che sappia essere eloquente, trasmettendo il Vangelo agli uomini e alle donne che ancora chiedono, anche se in modo non esplicito: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21).

Siamo tutti consapevoli del grande mutamento in atto, con velocità accelerata, negli ultimi dieci anni: sono vistosi sia la diminuzione dei partecipanti all’eucaristia domenicale sia l’assottigliarsi della presenza delle donne nelle liturgie e nelle diverse diaconie parrocchiali. Ma, soprattutto, le nuove generazioni sono segnate da incertezze nel credere, da mancanza di appartenenza alla Chiesa, da rigetto delle immagini tradizionali di Dio e della morale cattolica. La loro terra è “la terra di mezzo”, senza le polarizzazioni dell’ateismo o della militanza religiosa. Le analisi, non solo sociologiche ma anche ecclesiali, che Armando Matteo e Alessandro Castegnaro hanno proposto, ci ammoniscono da tempo sul cammino da percorrere.

Non siamo ingenui e sprovveduti, né entusiasti, ma crediamo che, anche in questa situazione, sia possibile avere fiducia per il futuro del Vangelo. Infatti, anche se oggi il discorso su Dio è diventato addirittura un ostacolo alla fede, anche se la Chiesa con le sue miserie e fragilità non gode di buona fama, tuttavia il Vangelo e Gesù Cristo continuano a intrigare e ad affascinare i nostri contemporanei. È significativo che, oggi, l’ateismo militante abbia conosciuto una “dolce morte”, che gli atei non si professino più tali, che i non credenti confessino di “credere”. E che, in ogni caso, tutti mostrino nei confronti di Gesù di Nazaret grande attenzione, simpatia, interesse. È emblematico che un libro di Massimo Cacciari su Maria e una sua recente intervista sul Natale autentico di Gesù, abbiano avuto grande eco nella società, oltre che presso i cristiani.

Questo è un tempo favorevole per un’evangelizzazione che non sia proselitismo, né propaganda né arrogante apologia, ma una proposta semplice e chiara del Vangelo, nient’altro che del Vangelo. Quali sono, dunque, le urgenze per la Chiesa? Innanzitutto, credo sia necessaria una conversione di prospettiva. Siamo abituati a pensare il cristianesimo come un’eredità del passato da conservare gelosamente, impedendo ogni possibile impoverimento e discontinuità. La Chiesa è cattolica non solo nell’estensione sulla terra, ma anche nel tempo: dalla Pentecoste fino a noi, la Chiesa è una comunione che non può smentire sé stessa, né amputare le sue radici. Resta però vero che, come scriveva profeticamente Aleksandr Men’, «il cristianesimo non fa che iniziare, ogni giorno inizia». Occorre che noi pensiamo il cristianesimo come inadempiuto, non ancora realizzato; un cristianesimo che sappia esplorare nuove vie nella storia e nella società, che entri in consonanza con le domande degli uomini e delle donne di oggi, i quali sono soprattutto in ricerca di senso.

Si tratta di non avere paura di andare al largo, verso nuovi lidi che ci permetteranno di sperimentare nuovi modi e stili di vivere il Vangelo, nuovi modi di invocare Dio, nuovi linguaggi per dire la nostra speranza nell’amore più forte della morte. La società fondata sull’immagine di un Dio che si imponeva come potenza assoluta, un Dio di cui non dubitavano né la filosofia né la cultura, è ormai alle nostre spalle, incapace di intrigare gli uomini. La parola “Dio” è diventata ambigua. E,quando ascolto i giovani, li sento associare Dio al fanatismo, al terrorismo, all’intolleranza. Nella migliore delle ipotesi, lo concepiscono come un’entità indefinita che tutte le religioni propongono, l’una in concorrenza con l’altra. I giovani di oggi hanno perso ogni interesse per Dio. Se per la mia generazione la formula quaerere Deum, “cercare Dio”, era fonte di grande passione, oggi solo attraverso un quaerere hominem, una ricerca dell’umano, si può instaurare un dialogo con i giovani, che non può non mettere in evidenza Gesù di Nazaret, colui che con la sua vita di uomo, pienamente umana, ha raccontato Dio.

La visione trionfante e autoritaria di Dio è ormai afona. E oggi mi pare urgente uscire anche dal paradigma che ha dichiarato la sua morte. Di fatto, abbiamo la grazia di essere stati liberati da assetti religiosi venati di idolatria, che davano al nostro Dio un volto “perverso”. I maestri dell’ateismo ci hanno obbligato a riscoprire, in altro modo, il Dio che pensavamo di conoscere bene; e a rileggerlo a partire dalle sante Scritture, in particolare dal Vangelo. Non bisogna, dunque, temere un cristianesimo inadempiuto, caratterizzato da novità che oggi non supponiamo. Dio continua a dirci: «Ecco, io faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Il Signore viene per tutta l’umanità, chiedendole di vivere, com’è venuto nella carne di Gesù di Nazaret «per insegnarci a vivere in questo mondo» (cf Tt 2,12). Quando parla di “Chiesa in uscita”, Francesco indica anche una Chiesa aperta al futuro, al nuovo, al non preventivato.

In questa conversione pastorale occorrerà battere strade inedite, correndo il rischio di una nuova enunciazione della fede. Si tratta non solo di rinnovare il linguaggio ma, più in profondità, di osare – come fece l’apostolo Paolo – un’operazione transculturale, in modo che la salvezza, la liberazione portata da Cristo e il messaggio della sua resurrezione siano esprimibili ed eloquenti oggi nelle diverse culture. Per questo è richiesta grande fiducia nel popolo di Dio, popolo profetico, cioè chiamato a parlare a nome di Dio all’umanità. Dare fiducia al popolo di Dio significa essere veramente convinti che a ogni battezzato spetti la missione di testimoniare ed evangelizzare, e che a ogni cristiano spetti il compito di edificare la Chiesa, la quale ha come suo primo nome “fraternità”. Se la comunità cristiana riesce a essere fraternità, grembo dell’amore di Dio, e dunque maternità generatrice, il Vangelo potrà compiere la sua corsa nel mondo, con esiti imprevedibili mai spirati dallo Spirito e da lui resi dinamici ed efficaci.

Tutto questo, sempre accompagnato dalla convinzione fondamentale, essenziale: ieri, oggi, sempre occorre guardare a Gesù di Nazaret, al suo stile, fonte di ispirazione in ogni tempo e in ogni terra. Quando egli riesce a emergere con la sua autorevolezza, con la sua coerenza tra il parlare, l’operare e il sentire, allora gli uomini e le donne sono attirati. Sì, attirati, secondo la sua promessa: «Quando mi vedranno nell’atto di dare la vita e di affermare solo l’amore, contro ogni inimicizia e violenza, di affermare il perdono invece della vendetta, allora si sentiranno tutti attirati da me» (cf Gv 12,32).

(inviato da Pia)

Enzo Bianchi Chiamati a vivere  – Rubrica La bisaccia del mendicante – Febbraio 2018

di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione.
Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilio Vaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale.

Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra società difficilmente si pongono il problema della vocazione nel senso più profondo e vasto, anche quando hanno una vita ecclesiale di una certa intensità. Come se l’avventura umana potesse fare a meno di questa inquietudine e delle domande che naturalmente sorgono e abitano nel cuore di chi dall’adolescenza entra nella pienezza della vita. Per questo è urgente che si parli innanzitutto di vocazione umana, vocazione alla vita, prima ancora di qualsiasi determinazione e assunzione di forme di vita specifiche.

Ciascuno, credente o non credente, cristiano o no, è chiamato a vivere: questa vocazione alla vita è costitutiva e decisiva per ogni essere umano. Ma come si percepisce questa vocazione, in che modi risuona questa chiamata? È come una voce che sta nell’intimo di ogni persona, voce che chiede di uscire, di lasciare, di partire… È la voce sottile udita da Abramo: “Lech lechà, Va’ verso te stesso!” (Gen 12,1). È la voce percepita da Mosè come eco della sofferenza del suo popolo e invito a intervenire in suo aiuto (es 3,7 ss.). È quel fuoco che Geremia avverte dentro di sé senza riuscire a contenerlo (Ger 20,9). È la voce che chiede a ogni giovane di camminare per aprire davanti a sé un cammino. In questa chiamata c’è qualcosa che appartiene a quella pulsione a vivere che ognuno di noi ha già vissuto nell’utero della propria madre. È un ascolto personalissimo e originario che chiede di essere accolto in vista della pienezza di vita e della felicità. È l’esperienza dell’emergenza del sé.

Non è facile parlare di questa vocazione umana, perché è unica per ciascuno, unica e irripetibile: nessuno può destare dall’esterno questa chiamata e, infatti, quando in un giovane non si trova senso alla vita e dunque non risuona questa voce, noi restiamo impotenti. Resta tuttavia vero che chi è vicino ai giovani e vuole porsi nei loro confronti come traghettatore può fare molto, può “in-segnare”, nel senso di fare segno, può favorire l’ascolto destando fiducia e speranza. Niente di più, ma niente di meno.

Ognuno di noi ha sentito la vocazione decisiva quando ha potuto aver fiducia negli altri e da altri ricevere fiducia, quando ha compreso che qualcuno poteva attendersi qualcosa da lui. Certo, per i cristiani è sempre il Signore all’origine di questa voce, ma oggi, in questa situazione in cui sembra sia diventato più difficile discernere la presenza di Dio nel quotidiano, occorrono uomini e donne che – accanto e al di là dei genitori – siano presenti e capaci di ascolto delle nuove generazioni, in modo che queste abbiano figure di riferimento diverse ma autorevoli, e possano così attingere alle energie di una vita vissuta come buona, bella e, per quanto possibile, felice. La vita di ciascuno di noi è una e una sola: è un dono e, proprio per questo, una chiamata, una vocazione e, in ultima istanza, una responsabilità. Oggi, prima di preoccuparci fino all’ansia per le vocazioni specifiche nella chiesa, facciamo in modo che ogni giovane che incontriamo senta che è chiamato a vivere e, se è cristiano, che Dio lo chiama innanzitutto alla vita umana in pienezza. Allora, sarà anche possibile che quella vita ricevuta in dono, accolta e coltivata, sia poi donata agli altri, in forme e modalità che ciascuno saprà riconoscere come rispondenti alla propria verità.

(inviato da Pia)

Sant’ Emma di Sassonia

Sant' Emma di Sassonia

Nome: Sant’ Emma di Sassonia
Titolo: Vedova
Ricorrenza: 19 aprile

Le Sante con il nome di Emma sono due: della seconda non avremo occasione di parlare, perché la sua memoria cade il 29 giugno, festa degli Apostoli Pietro e Paolo. Della prima possiamo invece parlare oggi, dato che nessun altro Santo è proposto, a questa data, dal Calendario universale. Ne consegue che il 19 aprile può essere preso come giorno onomastico di tutte le donne che ripetono questo nome bello quanto diffuso; e nome a pieno diritto, non cioè, come qualcuno potrebbe credere, semplice diminutivo.

Sembra che il nome Emma sia germanico, la cui forma originaria fu Imma, che ebbe anche un maschile, Immo, in seguito scomparso. Attraverso la forma antica di Imma, sembra che sia imparentata anche con Irma, nome che però non ha una propria Santa tutelare, o meglio che vien fatto cadere sotto la protezione di Sant’Irmina.

La Santa che oggi incontriamo sotto il nome germanico di Emma fu anch’ella tedesca, e visse intorno dell’anno Mille. Ella era sorella di San Meginverco, Vescovo di Paderborn, ed aveva sposato in giovanissima età il conte Ludgero, il quale però morì dopo pochi anni di matrimonio.
Ed ecco la caratteristica più spiccata della nostra Santa Emma: quella di essere restata vedova per quarant’anni, e vedova esemplare, facendo della sua delicata condizione uno strumento più raffinato di perfezione spirituale.

Alla morte del marito, era ricca, giovane e bella. Avrebbe potuto, come si dice comunemente, « rifarsi una vita », e vivere onestamente, e magari virtuosamente, accanto ad un altro uomo e nell’affetto di una famiglia. Scelse invece la via più difficile. quella della rinunzia al mondo e a tutti i suoi allettamenti. Una rinunzia che non fu né egoista né sterile, perché Santa Emma fece della sua condizione vedovile non soltanto un mezzo di propria perfezione spirituale. ma soprattutto uno strumento di bene per il prossimo. con la preghiera e con l’incessante carità. Erede di un ricchissimo patrimonio, la Santa vedova lo amministrò nel modo più redditizio, distribuendolo ai poveri e donandolo a istituzioni benefiche, perché fosse investito in opere di carità corporale e anche spirituale. Quando morì, nel 1040, si era spogliata non soltanto delle sue doti femminili, della bellezza e della gioventù, ma anche di tutte le sue ricchezze materiali. E se la prima circostanza era dovuta semplicemente al passare degli anni, la seconda era stata merito suo, di Santa Emma, modello di vedova cristiana, nel senso più ricco e più umano del termine. La vedovanza non era stata infatti, per lei, fedeltà quasi morbosa a un ricordo sempre più lontano, ma impegno di vita vissuta giorno per giorno, come sposa, pur senza marito, come madre, pur senza figli: come donna, insomma, la cui più alta missione è quella di dare: dare se stessa, cioè dare e moltiplicare la vita, sia in senso genetico che in senso sociale e spirituale.

San Dionigi di Corinto

San Dionigi di Corinto

Nome: San Dionigi di Corinto
Titolo: Vescovo
Ricorrenza: 08 aprile

Fu nominato vescovo di Corinto, la sua città. Le poche notizie sulla sua vita sono tramandate da Girolamo e soprattutto da Eusebio di Cesarea, il quale ha conservato frammenti interessanti di otto sue lettere, inviate alle Chiese di Atene, di Lacedemone, di Amastri nel Ponto, di Cnosso in Creta. Tali frammenti non contengono notizie su Dionigi, ma forniscono informazioni sulla religiosità di alcune città e regioni, durante il pontificato di Sotere.

Dal Martiriologo Romano:
«Commemorazione di san Dionigi, vescovo di Corinto, che, dotato di una mirabile conoscenza della parola di Dio, istruì con la predicazione i fedeli della sua città e con lettere anche i vescovi di altre città e province.»

San Pietro da Verona

San Pietro da Verona

 

Nome: San Pietro da Verona
Titolo: Sacerdote e martire
Ricorrenza: 06 aprile

Nacque a Verona, l’anno 1200. Benché i suoi genitori e tutti i suoi parenti fossero manichei, il nostro Pierino, protetto dalla divina grazia, rimase illeso da questa particolare religione, poiché a sette armi fu mandato dal padre ad una scuola cattolica, ove assieme ai primi elementi apprese la dottrina apostolica.

Un suo zio vedendo il grande amore del fanciullo per la religione cattolica, tanto fece che lo tolse da quella scuola.

Di comune accordo con il padre fu mandato all’Università di Bologna, ambiente allora di sfrenata scostumatezza.

Quanti fiori in mezzo a tanto marciume erano appassiti! Ma il giglio olezzante di Pietro, la candida sua anima, fu dal Divino Giardiniere serbata immacolata.

Stomacato per tanto male, decise di abbandonare tutto e tutti e si chiuse nella pace del chiostro domenicano, sotto la guida del suo santo Fondatore.

Suo principale studio era imitare i più fervorosi e cercare d’emularli.

Ancora novizio, cadde in una gravissima malattia, che mise in pericolo la sua preziosa esistenza; per grazia di Dio superò questa crisi e, nonostante rimanesse assai indebolito, s’applicò agli studi così che meritò, ancora chierico, la cattedra di Sacra Scrittura e di teologia del suo convento. Fin d’allora con grande sapienza e zelo difese la dottrina cattolica e confutò gli eretici.

Consacrato sacerdote, fu un instancabile ministro della parola di Dio nell’Italia Settentrionale e Centrale; migliaia erano le conversioni ch’egli operava colla sua parola e innumerevoli le anime che indirizzò alla santità.

A suggello del suo apostolato, egli chiese al Signore il martirio, ma Gesù volle prima sottoporlo a un’altra prova, per meglio prepararlo a questo atto eroico.

Fu accusato da alcuni confratelli d’aver introdotto nella sua cella persone d’altro sesso ed essersi intrattenuto a lungo con esse.

Pietro senza punto affermare o negare, umilmente confessò d’essere un grande peccatore.

Il Superiore credendolo colpevole, gli proibì di predicare e lo mandò come penitente al convento di Jesi. Ma l’innocenza trionfa sempre e Pietro riconosciuto innocente fu d’allora in poi ammirato e venerato dagli stessi accusatori. Fu pure premiato dal Signore, il quale infuse nuova grazia alle sue prediche. Ma gli eretici vedendo l’immenso bene che compiva, pensarono di togliergli la vita.

Conosciuta la via che avrebbe percorso per portarsi a Como, si posero in agguato, e al suo passaggio, assalitolo a colpi di sciabola l’uccisero il 6 aprile 1252. Prima di spirare balbettò una volta ancora il Credo, mentre il dito della sua destra, intinta nel proprio sangue scriveva nella sabbia: « Credo ».

Beato Bertoldo

Beato Bertoldo

Nome: Beato Bertoldo
Titolo: Priore generale dei Carmelitani
Ricorrenza: 29 marzo

Sul Monte Carmelo in Palestina, arrivò il Bertoldo un cavaliere francese che si consacrò alla vita religiosa, fu ammesso tra i fratelli che professavano la vita religiosa in quella montagna, e venne eletto priore istruendo la comunità all’adorazione della Madre di Dio. (1188 dC)

San Bartolo del Monte Carmelo, il cui vero nome era Bartolomeo Avogadro, nacque a Limoges (sud della Francia). Andò in Terra Santa come un crociato e rimase in Antiochia per difenderla dagli attacchi dei Saraceni. Durante questo periodo conobbe un povero mendicante e si avvicinò ben presto al mondo dei poveri. Avogadro fu colui che fece tanto bene e da quel giorno la fiducia dei poveri gli fu sempre grata. Un giorno ebbe una visione che gli mostrò alcuni angeli che portavano in cielo sulle loro ali un gran numero di confratelli, che i saraceni avevano ucciso con le loro scimitarre

Lo scrittore ebreo Beniamino di Tudela, nel 1163, riferisce della presenza di una comunità religiosa sul Monte Carmelo, particolarmente devota al profeta Elia e alla Madonna. Bertoldo costituì una piccola comunità di seguaci, con il quale edificò una piccola cappella dedicata alla Beata Vergine del Monte Carmelo. A tutt’oggi l’Ordine dei Carmelitani conferma le proprie radici provenienti da quel gruppo.

Nel 1185 il monaco greco Foca visitò la comunità del Monte Carmelo e scrisse che vi aveva incontrato un monaco latino di nome Bertoldo proveniente dalla Calabria.

Bertoldo guidò la comunità per 45 anni e sembra essere rimasto lì fino al momento della sua morte, avvenuta intorno al 1195. Fu un priore molto attento a guidare la comunità più con l’esempio che con le parole. Manifestò sempre un culto particolare per la Beata Vergine Maria, della quale invocava sempre l’intercessione per la protezione dei carmelitani. Infatti era sempre particolarmente preoccupato per il futuro dei cristiani in Terrasanta, sempre in lotta fra di loro e divisi.

San Sisto III

San Sisto III

Nome: San Sisto III
Titolo: Papa
Ricorrenza: 28 marzo

Prima della sua elezione, Sisto era un personaggio di spicco del clero romano e già teneva una certa corrispondenza con Sant’Agostino. Il suo regno fu caratterizzato dalle controversie nestoriane e pelagiane; probabilmente fu a causa del suo carattere conciliante che fu falsamente accusato di propendere verso queste eresie. Come papa approvò gli Atti del Concilio di Efeso, in cui il dibattito sulla natura umana e divina di Gesù si trasformò in una discussione sul tema se Maria potesse essere chiamata “Madre di Gesù” in quanto uomo, o “Madre di Cristo” in quanto uomo e Dio. Il concilio attribuì, infine, a Maria il titolo greco di Theotokos (“portatrice di Dio”). Una delle sue principali preoccupazioni fu anche quella di riportare la pace tra Cirillo di Alessandria e Nestorio patriarca di Costantinopoli.

Nella controversia Pelagiana, inoltre, frustrò il tentativo di Giuliano di Eclano di essere riammesso in comunione con la Chiesa cattolica. Difese anche i diritti del papa sull’Illiria sia contro i vescovi locali che contro gli ambiziosi disegni di Proclo Patriarca di Costantinopoli. Confermò, infine, la posizione dell’arcivescovo di Salonicco come capo della Chiesa illirica.

Il nome di Sisto viene spesso collegato ad una forte espansione dell’edilizia religiosa a Roma – Santa Sabina sul Colle Aventino venne inaugurata durante il suo pontificato. Sisto fece restaurare anche la Basilica di Santa Maria Maggiore (già Basilica Liberiana), rimasta tuttora danneggiata dall’epoca dei tumulti in occasione dell’elezione di papa Damaso (366), la cui dedica a Maria, ribadita dall’iscrizione “Virgo Maria, tibi Xystus nova tecta dictavi”, sottolinea il dogma decretato dal concilio di Efeso; fece poi restaurare la Basilica di San Lorenzo fuori le mura. Inoltre arricchì la basilica di San Pietro e quella Laterana con preziosi regali ottenuti dall’Imperatore Valentiniano III benché tanta ricchezza venisse stigmatizzata da San Girolamo, che non vi riconosceva più i segni di un autentico spirito cristiano.

Fu autore di otto epistole, ma non compose mai le opere De divitiis, De malis doctoribus e De castitate a lui attribuite. Inoltre, è una falsificazione l’opera che tramanda come il console Basso lo accusasse di vari crimini.

Chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura, luogo di seppellimento di Sisto III.

Morì il 19 agosto del 440 e fu sepolto nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura.