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16 Febbraio – I nostri occhi siano sempre fissi in Dio

“I nostri occhi siano sempre fissi in Dio”  (M.C.)

Incontro di Preghiera – Anniversario morte M. Camilla

Guida: Introduzione

Ricorre oggi l’anniversario del transito della Venerabile Madre Camilla alla casa del Padre e, come ogni anno, la nostra congregazione ricorda questo giorno con un momento speciale di preghiera. Per onorarla vogliamo considerare alcuni aspetti delle sue virtù eroiche, alla luce della Parola di Dio.

Canto: Fissa gli occhi – Esposizione Santissimo

Breve adorazione

Sacerdote: Nel nome del Padre….

Donaci, Padre, lo Spirito di sapienza e di amore, che ha fatto risplendere come lampada nella Chiesa la tua umile serva la Venerabile Madre Camilla, e fa che ti serviamo con lo stesso impegno di fede e di opere, per essere degni del tuo amore. Per Cristo Nostro Signore. Amen

Dalla Prima lettera di S. Giovanni Ap.  (1Gv, 5,4-13)

 “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?  Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità. …Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio.  E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.  Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.”

Breve silenzio

Guida: La Madre nutriva la sua fede con una orazione costante, fervorosa, Il suo animo contemplativo si rivelava nel suo atteggiamento esteriore. Dice un testimone: “La Madre ebbe dal Signore il dono della fede e la esternava con le parole e le opere. Passava l’intera giornata con la mente rivolta al Signore e noi la vedevamo spesso pregare.”

Let. “I nostri occhi siano sempre fissi in Dio, sperando con fede molto viva, che Egli ci aiuterà” M. Camilla

“I santi … hanno avuto gli occhi sempre fissi in Dio, unico autore di ogni bene.” M.C.

“Diamo più gioia al Signore ringraziandolo di tutto con profondo spirito di fede, che se facessimo molte prodezze ed opere clamorose.” M.C.

“Abbi fiducia in Dio e nulla ti mancherà.” M.C.

Breve silenzio

Preghiamo  (Insieme)

Padre, che sei nei cieli,

Noi crediamo in te;

ci fidiamo ciecamente di te,

ci abbandoniamo totalmente

alla tua divina Provvidenza.

Tu veglierai su di noi,

la fede ci insegna che non cadrà

neanche un capello del nostro capo,

se tu non lo permetti.

Aumenta la nostra fede,

sei tu la nostra speranza;

la nostra fiducia è tutta riposta 

nella tua protezione paterna e

provvidente, specie nei momenti

di prova e difficoltà.

Padre, tu sei nostro Padre misericordioso!

(Pensieri e parole di M. Camilla)

Canto:

 Let: Gesù ci dice:

“Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?  E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.  Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Matteo 6,25-33)

Breve silenzio

Guida: “La citazione evangelica collocata come frontespizio del Primo Regolamento: “Non affannatevi dunque, il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.  Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia…” riassume perfettamente come programma di vita, la fiducia illimitata della Madre nella Divina Provvidenza; è il motto dell’Istituto, il programma della sua fondazione e la sintesi della sua vita” (dal Documento per la beatificazione della Madre).

Let: “Dolce abbandono alla Divina Provvidenza che ordina e dispone ogni cosa per il nostro bene” M.C.

“L’oscurità spirituale è la grazia maggiore…perché così uno corre e si butta nelle sue braccia, e comprende che qui in terra, nulla vi è di stabile, solo Dio non cambia” M.C.

 “Ciecamente m’imbarco sulla nave della divina Provvidenza e non temo le tempeste che s’innalzano nel mare burrascoso di questa valle di lacrime e di tante miserie, e spero con fede molto viva, di giungere alla fine della giornata”       M.C.

Breve silenzio    

Preghiamo

Padre, io mi abbandono totalmente a te,

ciecamente m’imbarco sulla nave della tua

Divina Provvidenza.

Padre, aiutami a non temere le burrasche

che s’innalzano nel mare burrascoso della vita.

io voglio fidarmi di te,

voglio rimanere ancorata al tuo amore

Misericordioso, forte e sicura,

perché tu custodisci la mia vita,

guidi il mio cammino

e, fidandomi pienamente di te,

giungerò alla fine della mia giornata,

avvolta, confortata dal tuo amore

pieno di misericordia.  (Parole e pensieri della M.C.)

Canto

Lettura del Testamento Spirituale della Madre Camilla Rolon

 Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Così sia. Sia per sempre adorata la Santissima Trinità la sacra umanità di nostro Signore Gesù Cristo realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare. Sia benedetta la purezza della beatissima Vergine Maria;   lodati siano  San Giuseppe, Santa Teresa e tutti i santi e  gli  Angeli della corte celeste

 Io, Suor Camilla di San Giuseppe Rolon, oriunda del paese di San Isidro (Buenos Aires), nata il 18 luglio 1842 e battezzata nella fede Cattolica, Apostolica, romana, …  indegna serva di Gesù Cristo nostro Signore con la divina grazia e per la cui ispirazione ho fondato la Congregazione delle Suore Povere Bonaerensi di San Giuseppe, nella quale ho emesso i voti perpetui di povertà, obbedienza e castità.  Dopo aver chiesto umilmente perdono delle mie mancanze a Dio ai miei superiori e alle consorelle, e dopo aver ringraziato Gesù delle sue infinite misericordie … prego caldamente le mie figlie in religione, di essere sempre esatte osservanti delle Sante Costituzioni e conservino fedelmente lo spirito del mio Istituto, non allontanandosi per nessun motivo dal fine per cui si fondò, vale a dire:  la santificazione dei suoi membri e il bene spirituale e corporale del prossimo, praticato con disinteressata carità cristiana:  chiedo loro,  inoltre di essere esemplari nell’obbedienza alle autorità della Madre Chiesa come anche nell’attuazione di tutte ed ognuna delle sue leggi, prescrizioni e decreti disciplinari e delle rubriche liturgiche;  voglio ancora che professino una profonda e totale adesione e riverenza al Sommo Pontefice,  vicario di Cristo in terra,  poiché dov’è Pietro lì è la vera Chiesa.

 Raccomando loro di essere devotissime del Santissimo Sacramento, procurando il maggior   decoro possibile nelle funzioni eucaristiche e che dimostrino sempre un tenero e costante amore alla Santissima Vergine del Carmine,  Madre e Signora della Congregazione,  e al Santo Patriarca San Giuseppe, patrono e  protettore di essa; usare molta pazienza,  dolcezza e carità con tutti,  in particolare con i poveri infermi bisognosi, anziani e bambini abbandonati che sono i membri prediletti del corpo mistico di Gesù Cristo; ma faccio loro notare e chiedo loro di aver presente che,  se la compassione e carità con gli estranei sono virtù molto lodevoli, più ancora lo sono se si esercitano con i membri della medesima famiglia religiosa, per cui raccomando oltremodo l’affetto reciproco, l’unione e la concordia tra le suore e la docilità alle proprie Superiore.

 Essendo vissuta nelle piaghe amorose di  Gesù Crocifisso e,  per sua grazia, abbandonata interamente alla volontà di Dio e abbracciata al Santo albero della Croce, voglio altresì morire inchiodata ad esso,  libera da ogni attacco alle creatore per poter dire con verità:  solo Dio basta e  per poter lasciare come eredità alla Comunità delle Suore di San Giuseppe,  unitamente alla fede, la speranza e la carità,  il prezioso tesoro della santa povertà evangelica,  tesoro inesauribile, mediante il quale, allontanando lo spirito della mondana cupidigia, si ottiene di penetrare nel vasto grembo della Provvidenza Divina e,  rinunziando ad ogni proprietà terrena, si raggiungono facilmente i beni eterni del cielo. 

Suor Camilla di San Giuseppe Rolon

Roma 27 novembre 1912

Breve silenzio -Canto-Adorazione

Preghiera

O Gesù, veramente presente con la tua sacra umanità,

nel sacramento dell’altare: sii sempre adorato, lodato, ringraziato.

Sii benedetto, Gesù, nostro Signore,

nostro unico Signore.

Ti ringraziamo, Gesù, per le tue infinite grazie,

per gli innumerevoli benefici che ci hai donato,

per l’amore con cui ci hai amato.

Gesù, vivo e vero nel ss.mo sacramento, ti

riconosciamo Dio e Signore, accetta la nostra lode

e la nostra adorazione.

Benedizione eucaristica

Canto finale

“Va’ da Gesù, lì troverai tutto”

“Alla presenza di Gesù Sacramentato, rinnovatevi in spirito e verità”

Novena in onore a Madre Camilla Rolon di San Giuseppe

Novena in onore della Venerabile Madre Camilla Rolón di San Giuseppe

Salmo 121 (120) Il custode di Israele

Alzo gli occhi verso i monti:

da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore,

che ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,

non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenterà, non prenderà sonno,

il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,

il Signore è come ombra che ti copre,

e sta alla tua destra.

Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte.

Il Signore ti proteggerà da ogni male,

egli proteggerà la tua vita.

Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Preghiamo

Signore, Dio nostro, tu hai impresso nella Venerabile Madre Camilla una così grande fiducia nel tuo amore di Padre che le ha concesso di abbandonarsi nel grandissimo seno della Divina Provvidenza, senza fermarsi sulle sue debolezze e inadeguatezze. L’infinita grandezza del Tuo Amore e della Tua Misericordia incoraggia anche noi di chinarci davanti a Te per implorare la grazia (…), per intercessione della tua fedele Serva la nostra Venerabile Madre Camilla Rolón. Vogliamo vivere e custodire fedelmente il prezioso dono ereditato della Santa Povertà Evangelica, per donarlo alla Chiesa come un dono inestimabile. Ti chiediamo di glorificare la tua umile Serva per la maggior gloria Tua e per il nostro bene spirituale. Amen.

Preghiera per ottenere la Beatificazione della Venerabile Madre Camilla Rolón di San Giuseppe

Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, noi ti adoriamo e ti rendiamo grazie per le insigni virtù della fede, della speranza e della carità che accendesti nel cuore della tua fedele serva Camilla di San Giuseppe Rolón, affinché, per sua intercessione molte anime fossero preservate dal male e guidate sulla via della santità.

Ti preghiamo di concederci la grazia (…) che ardentemente ed umilmente ti chiediamo, per la tua maggiore gloria, a nostro profitto spirituale e la glorificazione in terra della tua fedele serva. Amen.

3 Gloria …

Adiratevi ma non peccate

Jesus – Bisaccia del mendicante – Marzo 2019
dal sito del Monastero di Bose

Nel salmo 4, il salmo della compieta della domenica sera, c’è un versetto che può suonare di difficile comprensione per i nostri orecchi che vedono nell’ira, nella collera, nello sdegno solo un peccato, o per lo meno un difetto del carattere.
Il versetto – che nella Vulgata suona: “Irascimini et nolite peccare” – va tradotto: “Adiratevi ma non peccate”, o “Andate in collera e non peccate” (Sal 4,5). L’Apostolo lo riprende tra le esortazioni della Lettera agli Efesini, aggiungendovi le parole: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date spazio al diavolo” (Ef 4,26-27).

Dunque è possibile andare in collera, adirarsi, ma occorre nello stesso tempo non cadere in peccato, non permettere che il divisore trovi spazio in questo sentimento e nella sua espressione. Si può, a questo proposito, dire qualcosa di più concreto e preciso? Dobbiamo innanzitutto riconoscere che l’ira, la collera spesso nella Bibbia ha come soggetto Dio stesso. Il Signore Dio va in collera, dicono soprattutto i profeti in un linguaggio antropomorfico con cui si vuole esprimere la sua passione, il suo amore che, quando è contraddetto o offeso, lo porta a soffrire, a reagire con indignazione. Di fronte a ciò che è male, Dio non resta impassibile, ma prova un sentimento che lo spinge a manifestare il suo disappunto, il suo atteggiamento contrariato dal male operato.

Questa collera, questo indignarsi di Dio non è smentito da Gesù, “mite e umile di cuore” (Mt 11,29) ma capace di mostrare collera e sdegno in molte situazioni. Nella sua predicazione appaiono atteggiamenti e parole che ci sorprendono forse per la loro durezza, vengono gridate minacce che stanno nello spazio dell’invettiva e mostrano un Gesù sdegnato. Quando grida verso Corazin e Betsaida, dicendo che Tiro e Sidone avranno una sorte meno dura nel giudizio, o quando inveisce contro Cafarnao, dicendo che sarà sprofondata all’inferno, Gesù si mostra come un profeta pieno di passione, capace di assumere toni collerici. Quando attacca scribi e farisei e ne fa la caricatura, denunciando apertamente i loro atteggiamenti di peccato e menzogna, gridando loro: “Serpenti! Razza di vipere!” (Mt 12,34; 23,33), Gesù è adirato. E così quando, entrato in Gerusalemme, scaccia dal tempio con una corda i commercianti e rovescia i loro tavoli, Gesù mostra di essere in collera. Eppure queste parole e questi gesti non sono certamente peccato, perché “in lui non c’è stato peccato” (cf. 1Gv 3,5), anzi sono segni efficaci e chiari che esprimono la volontà di Dio vissuta da Gesù e la sua passione per la giustizia e la sincerità.

Dunque ci sono situazioni in cui è comandato: “Adiratevi! Indignatevi!”. In questo caso si alza la voce, si grida, si disapprova il male, l’errore commesso, si fa capire la gravità di ciò che viene denunciato come ingiustizia, male, peccato. La collera deriva da un impulso, da un processo emozionale che i greci chiamavano thymós, soffio passionale. Sì, chi ha passione si indigna di fronte al male, denuncia con forza l’errore, dice che si deve vigilare per non farlo, che non lo si deve ripetere più! Questa è una risposta corretta e necessaria di fronte a situazioni di ingiustizia, di falsità, di grave danno arrecato.

Ma oggi siamo ancora capaci di indignazione, di un’insurrezione delle coscienze, oppure l’indifferenza è a tal punto diffusa che lascia posto solo a rabbia e a rancore? Ecco, il rancore, questo sì è un grande peccato ispirato dal diavolo. Si tratta di una rabbia non espressa esternamente, che si contiene e si nutre ogni giorno con l’ostilità: non si reagisce in modo manifesto all’altro ma si cova rabbia contro di lui; non si alza la voce ma si lascia posto all’ululare nel cuore; non si dice la propria contrarietà ma interiormente si accumula risentimento. Vi sono persone che paiono mitissime, che non si indignano mai esteriormente, anzi arrivano persino ad abbozzare falsi sorrisi, ma che nel cuore hanno una rabbia infinita: quando questa si manifesta, produce danni incalcolabili… Anche l’ultimo rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana denuncia come malattia sociale il rancore che ammorba la vita dei cittadini, incapaci di indignazione ma pronti a essere cattivi e rabbiosi.

Difficile esercizio quello dell’andare in collera senza peccare, senza cedere al rancore; ma difficile esercizio anche quello dell’accogliere la parola collerica dell’altro, quando è motivata come correzione (non come offesa o disprezzo), e non farne un’occasione di inimicizia o di condanna, ma una possibilità di interrogarsi, esaminarsi ed eventualmente convertirsi.

Madre Gemma è tornata alla casa del Padre

La Madre superiora delle suore Povere Bonaerensi di Salita Granarolo è tornata alla casa del Padre.

La comunità parrocchiale di San Rocco di Genova, si stringe attorno alle nostre suore per pregare con loro.

Il Santo Rosario per Madre Gemma verrà recitato oggi pomeriggio, Sabato 24 febbraio,  alle ore 16.00 presso l’obitorio di San Martino e domani, Domenica 25 alle ore 17.00 nella cappella dell’Istituto delle suore in salita Granarolo.
Il funerale di Madre Gemma verrà celebrato a San Rocco Martedì 27 alle ore 08.15

La santità consiste nell’avere molta fiducia in Dio e sperare tutto dalla sua Divina Provvidenza. (Madre Camilla)

croce

Il mondo non si cambia solamente con le parole.

Pranzo con ì poveri

Il mondo non si cambia solamente con le parole.

Il venti gennaio  come già consolidato l’appuntamento per offrire il pranzo ai poveri.

Erano presenti circa sessanta  persone una presenza dignitosa e rispettosa, dai loro occhi traspariva gratitudine ma anche sofferenza. Il personale di servizio dedichi al loro compito cercavano di avvicinare tutti e non trascurando nessuno, difatti si scorgeva dallo sguardo e dal viso sorridente che portavano via qualche speranza in più.

Il pranzo come solito è offerto dai cavalieri di malta, come pure il personale di vigilanza.

Completato il pranzo i dirigenti si sono soffermati per la condivisione di fine servizio e per darsi l’appuntamento per la volta successiva.

Venerdì 16/02/2018

Venerdì 16/02/2018

La giornata porta sempre grande emozioni nel ricordare la nascita al cielo della cara madre Camilla Rolon, donna straordinaria e di cuore grande per i più bisognosi, suoi prediletti. Nella Cappella dell’ Istituto si è celebrata una Santa Messa presieduta da sua Eminenza Cardinal Leonardo Sandri insieme ad altri sacerdoti il superiore dei  padri conventuali padre Valentino Redondo. Padre Cipriano superiore della chiesa della consolazione padre Marcello e padre Wiliam.

In questa santa casa centocinque anni fa, la venerabile madre Camilla Rolon concludeva il suo pellegrinaggio terreno. Il cammino di Madre Camilla si snoda intorno al fuoco dell’amore per Cristo, che si declina secondo due dimensioni: quella contemplativa che la spinge inizialmente a volersi consacrare con l’ingresso al Carmelo è quella della carità che si dona ai fratelli più poveri ed insieme lo sa riconoscere e servire nei sofferenti.

E singolare che il passaggio dall’una all’altra dimensione avvenga dentro l’esperienza della malattia e del dolore fisico che la dispone quasi ad una nuova rinascita, ma lei sicuramente ascolta quella voce intima che lo spirito le parla di voler fondare  lasciando increduli chi le sta accanto e cercano di dissuaderla a un cosi arduo progetto  ma la forza di Dio la sostiene.

Alla celebrazione erano presenti molti devoti, molti di loro nonostante partecipata la funzione non hanno lasciato di portarsi nella stanza della cara Madre a pregare.

Dopo la Santa Messa che stato un intrattenimento con un semplice rinfresco è un scambio di esperienze e di conoscenze.

Enzo Bianchi Gesù di Nazaret affascina ancora oggi

Enzo Bianchi Gesù di Nazaret affascina ancora oggi

Enzo Bianchi
dal sito di Famiglia Cristiana (tratto da Vita Pastorale di febbraio 2018)La Chiesa che è in Italia è dotata di molti doni ed è ancora una realtà viva in questa nostra società segnata dalla secolarizzazione, certo, ma soprattutto dall’indifferenza verso ciò che costituiva la sua anima fino a mezzo secolo fa: la “religione cattolica”.
Non siamo ancora in una situazione di cristiani in diaspora e neppure di piccole comunità di credenti che testimoniano il Vangelo in condizione di minoranza. Il panorama è variegato, ma ci sono ancora regioni in cui le comunità cristiane sono realtà visibili, eloquenti, nelle quali, seppur in diminuzione, non sono esigue le vocazioni al ministero presbiterale. Vi è,dunque, una grande opportunità per il cristianesimo e, di conseguenza, per le Chiese, che dovrebbero restare vigilanti più che mai e dotarsi di un nuovo soffio di vita. Sono, cioè, chiamate a favorire una maturazione della soggettività dei battezzati, un rinnovamento della fede, sempre più pensata, e l’esercizio di uno stile che sappia essere eloquente, trasmettendo il Vangelo agli uomini e alle donne che ancora chiedono, anche se in modo non esplicito: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21).

Siamo tutti consapevoli del grande mutamento in atto, con velocità accelerata, negli ultimi dieci anni: sono vistosi sia la diminuzione dei partecipanti all’eucaristia domenicale sia l’assottigliarsi della presenza delle donne nelle liturgie e nelle diverse diaconie parrocchiali. Ma, soprattutto, le nuove generazioni sono segnate da incertezze nel credere, da mancanza di appartenenza alla Chiesa, da rigetto delle immagini tradizionali di Dio e della morale cattolica. La loro terra è “la terra di mezzo”, senza le polarizzazioni dell’ateismo o della militanza religiosa. Le analisi, non solo sociologiche ma anche ecclesiali, che Armando Matteo e Alessandro Castegnaro hanno proposto, ci ammoniscono da tempo sul cammino da percorrere.

Non siamo ingenui e sprovveduti, né entusiasti, ma crediamo che, anche in questa situazione, sia possibile avere fiducia per il futuro del Vangelo. Infatti, anche se oggi il discorso su Dio è diventato addirittura un ostacolo alla fede, anche se la Chiesa con le sue miserie e fragilità non gode di buona fama, tuttavia il Vangelo e Gesù Cristo continuano a intrigare e ad affascinare i nostri contemporanei. È significativo che, oggi, l’ateismo militante abbia conosciuto una “dolce morte”, che gli atei non si professino più tali, che i non credenti confessino di “credere”. E che, in ogni caso, tutti mostrino nei confronti di Gesù di Nazaret grande attenzione, simpatia, interesse. È emblematico che un libro di Massimo Cacciari su Maria e una sua recente intervista sul Natale autentico di Gesù, abbiano avuto grande eco nella società, oltre che presso i cristiani.

Questo è un tempo favorevole per un’evangelizzazione che non sia proselitismo, né propaganda né arrogante apologia, ma una proposta semplice e chiara del Vangelo, nient’altro che del Vangelo. Quali sono, dunque, le urgenze per la Chiesa? Innanzitutto, credo sia necessaria una conversione di prospettiva. Siamo abituati a pensare il cristianesimo come un’eredità del passato da conservare gelosamente, impedendo ogni possibile impoverimento e discontinuità. La Chiesa è cattolica non solo nell’estensione sulla terra, ma anche nel tempo: dalla Pentecoste fino a noi, la Chiesa è una comunione che non può smentire sé stessa, né amputare le sue radici. Resta però vero che, come scriveva profeticamente Aleksandr Men’, «il cristianesimo non fa che iniziare, ogni giorno inizia». Occorre che noi pensiamo il cristianesimo come inadempiuto, non ancora realizzato; un cristianesimo che sappia esplorare nuove vie nella storia e nella società, che entri in consonanza con le domande degli uomini e delle donne di oggi, i quali sono soprattutto in ricerca di senso.

Si tratta di non avere paura di andare al largo, verso nuovi lidi che ci permetteranno di sperimentare nuovi modi e stili di vivere il Vangelo, nuovi modi di invocare Dio, nuovi linguaggi per dire la nostra speranza nell’amore più forte della morte. La società fondata sull’immagine di un Dio che si imponeva come potenza assoluta, un Dio di cui non dubitavano né la filosofia né la cultura, è ormai alle nostre spalle, incapace di intrigare gli uomini. La parola “Dio” è diventata ambigua. E,quando ascolto i giovani, li sento associare Dio al fanatismo, al terrorismo, all’intolleranza. Nella migliore delle ipotesi, lo concepiscono come un’entità indefinita che tutte le religioni propongono, l’una in concorrenza con l’altra. I giovani di oggi hanno perso ogni interesse per Dio. Se per la mia generazione la formula quaerere Deum, “cercare Dio”, era fonte di grande passione, oggi solo attraverso un quaerere hominem, una ricerca dell’umano, si può instaurare un dialogo con i giovani, che non può non mettere in evidenza Gesù di Nazaret, colui che con la sua vita di uomo, pienamente umana, ha raccontato Dio.

La visione trionfante e autoritaria di Dio è ormai afona. E oggi mi pare urgente uscire anche dal paradigma che ha dichiarato la sua morte. Di fatto, abbiamo la grazia di essere stati liberati da assetti religiosi venati di idolatria, che davano al nostro Dio un volto “perverso”. I maestri dell’ateismo ci hanno obbligato a riscoprire, in altro modo, il Dio che pensavamo di conoscere bene; e a rileggerlo a partire dalle sante Scritture, in particolare dal Vangelo. Non bisogna, dunque, temere un cristianesimo inadempiuto, caratterizzato da novità che oggi non supponiamo. Dio continua a dirci: «Ecco, io faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Il Signore viene per tutta l’umanità, chiedendole di vivere, com’è venuto nella carne di Gesù di Nazaret «per insegnarci a vivere in questo mondo» (cf Tt 2,12). Quando parla di “Chiesa in uscita”, Francesco indica anche una Chiesa aperta al futuro, al nuovo, al non preventivato.

In questa conversione pastorale occorrerà battere strade inedite, correndo il rischio di una nuova enunciazione della fede. Si tratta non solo di rinnovare il linguaggio ma, più in profondità, di osare – come fece l’apostolo Paolo – un’operazione transculturale, in modo che la salvezza, la liberazione portata da Cristo e il messaggio della sua resurrezione siano esprimibili ed eloquenti oggi nelle diverse culture. Per questo è richiesta grande fiducia nel popolo di Dio, popolo profetico, cioè chiamato a parlare a nome di Dio all’umanità. Dare fiducia al popolo di Dio significa essere veramente convinti che a ogni battezzato spetti la missione di testimoniare ed evangelizzare, e che a ogni cristiano spetti il compito di edificare la Chiesa, la quale ha come suo primo nome “fraternità”. Se la comunità cristiana riesce a essere fraternità, grembo dell’amore di Dio, e dunque maternità generatrice, il Vangelo potrà compiere la sua corsa nel mondo, con esiti imprevedibili mai spirati dallo Spirito e da lui resi dinamici ed efficaci.

Tutto questo, sempre accompagnato dalla convinzione fondamentale, essenziale: ieri, oggi, sempre occorre guardare a Gesù di Nazaret, al suo stile, fonte di ispirazione in ogni tempo e in ogni terra. Quando egli riesce a emergere con la sua autorevolezza, con la sua coerenza tra il parlare, l’operare e il sentire, allora gli uomini e le donne sono attirati. Sì, attirati, secondo la sua promessa: «Quando mi vedranno nell’atto di dare la vita e di affermare solo l’amore, contro ogni inimicizia e violenza, di affermare il perdono invece della vendetta, allora si sentiranno tutti attirati da me» (cf Gv 12,32).

(inviato da Pia)

Enzo Bianchi Chiamati a vivere  – Rubrica La bisaccia del mendicante – Febbraio 2018

di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione.
Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilio Vaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale.

Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra società difficilmente si pongono il problema della vocazione nel senso più profondo e vasto, anche quando hanno una vita ecclesiale di una certa intensità. Come se l’avventura umana potesse fare a meno di questa inquietudine e delle domande che naturalmente sorgono e abitano nel cuore di chi dall’adolescenza entra nella pienezza della vita. Per questo è urgente che si parli innanzitutto di vocazione umana, vocazione alla vita, prima ancora di qualsiasi determinazione e assunzione di forme di vita specifiche.

Ciascuno, credente o non credente, cristiano o no, è chiamato a vivere: questa vocazione alla vita è costitutiva e decisiva per ogni essere umano. Ma come si percepisce questa vocazione, in che modi risuona questa chiamata? È come una voce che sta nell’intimo di ogni persona, voce che chiede di uscire, di lasciare, di partire… È la voce sottile udita da Abramo: “Lech lechà, Va’ verso te stesso!” (Gen 12,1). È la voce percepita da Mosè come eco della sofferenza del suo popolo e invito a intervenire in suo aiuto (es 3,7 ss.). È quel fuoco che Geremia avverte dentro di sé senza riuscire a contenerlo (Ger 20,9). È la voce che chiede a ogni giovane di camminare per aprire davanti a sé un cammino. In questa chiamata c’è qualcosa che appartiene a quella pulsione a vivere che ognuno di noi ha già vissuto nell’utero della propria madre. È un ascolto personalissimo e originario che chiede di essere accolto in vista della pienezza di vita e della felicità. È l’esperienza dell’emergenza del sé.

Non è facile parlare di questa vocazione umana, perché è unica per ciascuno, unica e irripetibile: nessuno può destare dall’esterno questa chiamata e, infatti, quando in un giovane non si trova senso alla vita e dunque non risuona questa voce, noi restiamo impotenti. Resta tuttavia vero che chi è vicino ai giovani e vuole porsi nei loro confronti come traghettatore può fare molto, può “in-segnare”, nel senso di fare segno, può favorire l’ascolto destando fiducia e speranza. Niente di più, ma niente di meno.

Ognuno di noi ha sentito la vocazione decisiva quando ha potuto aver fiducia negli altri e da altri ricevere fiducia, quando ha compreso che qualcuno poteva attendersi qualcosa da lui. Certo, per i cristiani è sempre il Signore all’origine di questa voce, ma oggi, in questa situazione in cui sembra sia diventato più difficile discernere la presenza di Dio nel quotidiano, occorrono uomini e donne che – accanto e al di là dei genitori – siano presenti e capaci di ascolto delle nuove generazioni, in modo che queste abbiano figure di riferimento diverse ma autorevoli, e possano così attingere alle energie di una vita vissuta come buona, bella e, per quanto possibile, felice. La vita di ciascuno di noi è una e una sola: è un dono e, proprio per questo, una chiamata, una vocazione e, in ultima istanza, una responsabilità. Oggi, prima di preoccuparci fino all’ansia per le vocazioni specifiche nella chiesa, facciamo in modo che ogni giovane che incontriamo senta che è chiamato a vivere e, se è cristiano, che Dio lo chiama innanzitutto alla vita umana in pienezza. Allora, sarà anche possibile che quella vita ricevuta in dono, accolta e coltivata, sia poi donata agli altri, in forme e modalità che ciascuno saprà riconoscere come rispondenti alla propria verità.

(inviato da Pia)