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Viaggia alla Casa del Padre Celeste

Viaggia alla Casa del Padre Celeste

Dopo un lungo viaggio fin dal 1935 Suor Lorenzina (Maria Luigia Mastromonaco), il 6 -10- 2018 a ripreso il suo viaggio di ritorno alla Casa del Padre Celeste.

Dopo pochi giorni di malore si e scoperto una leucemia, che le ha fatto riprendere il “viaggio” di ritorno a Casa. In tutto questo tempo di malori che sono durati meno di un mese ha vissuto in serenità e silenzio le sofferenze che porta con se questa malattia.

Le celebrazioni della Santa Messa dei funerali sono stati celebrati il 9-10-2018 nella nostra Cappella a Roma, preceduta da Cardinale Rosa Gregorio Ciavez del Salvador accompagnato del Parroco Davide Carbonara, Padre Valentin superiore dei conventuali, Padre Zipi, Padre Vincenzo Molinare generale del Ordine “Madre di Dio” Campiteli, Don Corradini responsabile del San Eligio de ferrari.

Hanno partecipato le suore della casa, della comunità di Montella (Av.), Larino (Cb.) e Genova e le suore Serve della Misericordia del Salvador, Passionista. La sua sorella e famigliari, amici e vicini. Sono state anche delle ragazze che lei durante la vita a lavorato nelle opere assistenziali, una delle ragazze a portato la sua testimonianza, molto commovente come Suor Lorenzina l’accolta e seguita con tanta delicatezza e dolcezza. Sono venuti anche dei vigili urbani a fare i condoglianze a nome di Comune di Roma alla comunità. I medici che l’hanno seguita da vicino nella sua malattia.

 

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UN REGALO

UN REGALO DAL VALORE  ALTAMENTE UMANO – SPIRITUALE

Con l’occasione della prima professione religiosa di due giovane suore malgasci (in Madagascar). Dalla nostra delegazione di Italia è stata inviata Suor Beatrice Corbo, che ha partecipato alla funzione e compartito quest’esperienza di vita comunitaria in presenza delle suore della comunità e la M. Carina che è venuta da Argentina come rappresentante della M. Generale.

L’esperienza di stare in questo ambiente di apostolato mi ha fatto vedere che la routine ci invecchia, intorpidisce il nostro cervello, ci toglie la fantasia, la curiosità e la voglia di guardare lontano, in alto ,intorno a noi, per scoprire cose nuove  o per godere delle cose belle.

Cosa bisogna fare per scuotersi da questo torpore?
Vivere, anche se per pochissimo tempo in questa comunità delle nostre suore la vita semplice, fatta di valori reali ed essenziali come quella dei malgasci, è come farsi un bagno di spiritualità, di umiltà e serenità interiore che noi occidentali abbiamo perduto.
Pregare insieme con queste persone semplici, discutere, cucinare, giocare e pranzare con esse, è come tornare alle nostre origini dove tutto ha un valore essenziale e tutto ci appaga.

Tutto questo è stato il soggiorno di Suor Beatrice in Madagascar, mitico e stupendo paese, unico al mondo.

Tutto ciò Suor Beatrice lo ha fatto rivivere nella sua comunità italiana delle Suore di San Giuseppe.

Un regalo pieno di valore morale e cristiano che deve inorgoglire tutta la comunità delle Suore Bonaerensi di San Giuseppe.

Madre Gemma è tornata alla casa del Padre

La Madre superiora delle suore Povere Bonaerensi di Salita Granarolo è tornata alla casa del Padre.

La comunità parrocchiale di San Rocco di Genova, si stringe attorno alle nostre suore per pregare con loro.

Il Santo Rosario per Madre Gemma verrà recitato oggi pomeriggio, Sabato 24 febbraio,  alle ore 16.00 presso l’obitorio di San Martino e domani, Domenica 25 alle ore 17.00 nella cappella dell’Istituto delle suore in salita Granarolo.
Il funerale di Madre Gemma verrà celebrato a San Rocco Martedì 27 alle ore 08.15

La santità consiste nell’avere molta fiducia in Dio e sperare tutto dalla sua Divina Provvidenza. (Madre Camilla)

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Il mondo non si cambia solamente con le parole.

Pranzo con ì poveri

Il mondo non si cambia solamente con le parole.

Il venti gennaio  come già consolidato l’appuntamento per offrire il pranzo ai poveri.

Erano presenti circa sessanta  persone una presenza dignitosa e rispettosa, dai loro occhi traspariva gratitudine ma anche sofferenza. Il personale di servizio dedichi al loro compito cercavano di avvicinare tutti e non trascurando nessuno, difatti si scorgeva dallo sguardo e dal viso sorridente che portavano via qualche speranza in più.

Il pranzo come solito è offerto dai cavalieri di malta, come pure il personale di vigilanza.

Completato il pranzo i dirigenti si sono soffermati per la condivisione di fine servizio e per darsi l’appuntamento per la volta successiva.

Venerdì 16/02/2018

Venerdì 16/02/2018

La giornata porta sempre grande emozioni nel ricordare la nascita al cielo della cara madre Camilla Rolon, donna straordinaria e di cuore grande per i più bisognosi, suoi prediletti. Nella Cappella dell’ Istituto si è celebrata una Santa Messa presieduta da sua Eminenza Cardinal Leonardo Sandri insieme ad altri sacerdoti il superiore dei  padri conventuali padre Valentino Redondo. Padre Cipriano superiore della chiesa della consolazione padre Marcello e padre Wiliam.

In questa santa casa centocinque anni fa, la venerabile madre Camilla Rolon concludeva il suo pellegrinaggio terreno. Il cammino di Madre Camilla si snoda intorno al fuoco dell’amore per Cristo, che si declina secondo due dimensioni: quella contemplativa che la spinge inizialmente a volersi consacrare con l’ingresso al Carmelo è quella della carità che si dona ai fratelli più poveri ed insieme lo sa riconoscere e servire nei sofferenti.

E singolare che il passaggio dall’una all’altra dimensione avvenga dentro l’esperienza della malattia e del dolore fisico che la dispone quasi ad una nuova rinascita, ma lei sicuramente ascolta quella voce intima che lo spirito le parla di voler fondare  lasciando increduli chi le sta accanto e cercano di dissuaderla a un cosi arduo progetto  ma la forza di Dio la sostiene.

Alla celebrazione erano presenti molti devoti, molti di loro nonostante partecipata la funzione non hanno lasciato di portarsi nella stanza della cara Madre a pregare.

Dopo la Santa Messa che stato un intrattenimento con un semplice rinfresco è un scambio di esperienze e di conoscenze.

Enzo Bianchi Gesù di Nazaret affascina ancora oggi

Enzo Bianchi Gesù di Nazaret affascina ancora oggi

Enzo Bianchi
dal sito di Famiglia Cristiana (tratto da Vita Pastorale di febbraio 2018)La Chiesa che è in Italia è dotata di molti doni ed è ancora una realtà viva in questa nostra società segnata dalla secolarizzazione, certo, ma soprattutto dall’indifferenza verso ciò che costituiva la sua anima fino a mezzo secolo fa: la “religione cattolica”.
Non siamo ancora in una situazione di cristiani in diaspora e neppure di piccole comunità di credenti che testimoniano il Vangelo in condizione di minoranza. Il panorama è variegato, ma ci sono ancora regioni in cui le comunità cristiane sono realtà visibili, eloquenti, nelle quali, seppur in diminuzione, non sono esigue le vocazioni al ministero presbiterale. Vi è,dunque, una grande opportunità per il cristianesimo e, di conseguenza, per le Chiese, che dovrebbero restare vigilanti più che mai e dotarsi di un nuovo soffio di vita. Sono, cioè, chiamate a favorire una maturazione della soggettività dei battezzati, un rinnovamento della fede, sempre più pensata, e l’esercizio di uno stile che sappia essere eloquente, trasmettendo il Vangelo agli uomini e alle donne che ancora chiedono, anche se in modo non esplicito: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21).

Siamo tutti consapevoli del grande mutamento in atto, con velocità accelerata, negli ultimi dieci anni: sono vistosi sia la diminuzione dei partecipanti all’eucaristia domenicale sia l’assottigliarsi della presenza delle donne nelle liturgie e nelle diverse diaconie parrocchiali. Ma, soprattutto, le nuove generazioni sono segnate da incertezze nel credere, da mancanza di appartenenza alla Chiesa, da rigetto delle immagini tradizionali di Dio e della morale cattolica. La loro terra è “la terra di mezzo”, senza le polarizzazioni dell’ateismo o della militanza religiosa. Le analisi, non solo sociologiche ma anche ecclesiali, che Armando Matteo e Alessandro Castegnaro hanno proposto, ci ammoniscono da tempo sul cammino da percorrere.

Non siamo ingenui e sprovveduti, né entusiasti, ma crediamo che, anche in questa situazione, sia possibile avere fiducia per il futuro del Vangelo. Infatti, anche se oggi il discorso su Dio è diventato addirittura un ostacolo alla fede, anche se la Chiesa con le sue miserie e fragilità non gode di buona fama, tuttavia il Vangelo e Gesù Cristo continuano a intrigare e ad affascinare i nostri contemporanei. È significativo che, oggi, l’ateismo militante abbia conosciuto una “dolce morte”, che gli atei non si professino più tali, che i non credenti confessino di “credere”. E che, in ogni caso, tutti mostrino nei confronti di Gesù di Nazaret grande attenzione, simpatia, interesse. È emblematico che un libro di Massimo Cacciari su Maria e una sua recente intervista sul Natale autentico di Gesù, abbiano avuto grande eco nella società, oltre che presso i cristiani.

Questo è un tempo favorevole per un’evangelizzazione che non sia proselitismo, né propaganda né arrogante apologia, ma una proposta semplice e chiara del Vangelo, nient’altro che del Vangelo. Quali sono, dunque, le urgenze per la Chiesa? Innanzitutto, credo sia necessaria una conversione di prospettiva. Siamo abituati a pensare il cristianesimo come un’eredità del passato da conservare gelosamente, impedendo ogni possibile impoverimento e discontinuità. La Chiesa è cattolica non solo nell’estensione sulla terra, ma anche nel tempo: dalla Pentecoste fino a noi, la Chiesa è una comunione che non può smentire sé stessa, né amputare le sue radici. Resta però vero che, come scriveva profeticamente Aleksandr Men’, «il cristianesimo non fa che iniziare, ogni giorno inizia». Occorre che noi pensiamo il cristianesimo come inadempiuto, non ancora realizzato; un cristianesimo che sappia esplorare nuove vie nella storia e nella società, che entri in consonanza con le domande degli uomini e delle donne di oggi, i quali sono soprattutto in ricerca di senso.

Si tratta di non avere paura di andare al largo, verso nuovi lidi che ci permetteranno di sperimentare nuovi modi e stili di vivere il Vangelo, nuovi modi di invocare Dio, nuovi linguaggi per dire la nostra speranza nell’amore più forte della morte. La società fondata sull’immagine di un Dio che si imponeva come potenza assoluta, un Dio di cui non dubitavano né la filosofia né la cultura, è ormai alle nostre spalle, incapace di intrigare gli uomini. La parola “Dio” è diventata ambigua. E,quando ascolto i giovani, li sento associare Dio al fanatismo, al terrorismo, all’intolleranza. Nella migliore delle ipotesi, lo concepiscono come un’entità indefinita che tutte le religioni propongono, l’una in concorrenza con l’altra. I giovani di oggi hanno perso ogni interesse per Dio. Se per la mia generazione la formula quaerere Deum, “cercare Dio”, era fonte di grande passione, oggi solo attraverso un quaerere hominem, una ricerca dell’umano, si può instaurare un dialogo con i giovani, che non può non mettere in evidenza Gesù di Nazaret, colui che con la sua vita di uomo, pienamente umana, ha raccontato Dio.

La visione trionfante e autoritaria di Dio è ormai afona. E oggi mi pare urgente uscire anche dal paradigma che ha dichiarato la sua morte. Di fatto, abbiamo la grazia di essere stati liberati da assetti religiosi venati di idolatria, che davano al nostro Dio un volto “perverso”. I maestri dell’ateismo ci hanno obbligato a riscoprire, in altro modo, il Dio che pensavamo di conoscere bene; e a rileggerlo a partire dalle sante Scritture, in particolare dal Vangelo. Non bisogna, dunque, temere un cristianesimo inadempiuto, caratterizzato da novità che oggi non supponiamo. Dio continua a dirci: «Ecco, io faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Il Signore viene per tutta l’umanità, chiedendole di vivere, com’è venuto nella carne di Gesù di Nazaret «per insegnarci a vivere in questo mondo» (cf Tt 2,12). Quando parla di “Chiesa in uscita”, Francesco indica anche una Chiesa aperta al futuro, al nuovo, al non preventivato.

In questa conversione pastorale occorrerà battere strade inedite, correndo il rischio di una nuova enunciazione della fede. Si tratta non solo di rinnovare il linguaggio ma, più in profondità, di osare – come fece l’apostolo Paolo – un’operazione transculturale, in modo che la salvezza, la liberazione portata da Cristo e il messaggio della sua resurrezione siano esprimibili ed eloquenti oggi nelle diverse culture. Per questo è richiesta grande fiducia nel popolo di Dio, popolo profetico, cioè chiamato a parlare a nome di Dio all’umanità. Dare fiducia al popolo di Dio significa essere veramente convinti che a ogni battezzato spetti la missione di testimoniare ed evangelizzare, e che a ogni cristiano spetti il compito di edificare la Chiesa, la quale ha come suo primo nome “fraternità”. Se la comunità cristiana riesce a essere fraternità, grembo dell’amore di Dio, e dunque maternità generatrice, il Vangelo potrà compiere la sua corsa nel mondo, con esiti imprevedibili mai spirati dallo Spirito e da lui resi dinamici ed efficaci.

Tutto questo, sempre accompagnato dalla convinzione fondamentale, essenziale: ieri, oggi, sempre occorre guardare a Gesù di Nazaret, al suo stile, fonte di ispirazione in ogni tempo e in ogni terra. Quando egli riesce a emergere con la sua autorevolezza, con la sua coerenza tra il parlare, l’operare e il sentire, allora gli uomini e le donne sono attirati. Sì, attirati, secondo la sua promessa: «Quando mi vedranno nell’atto di dare la vita e di affermare solo l’amore, contro ogni inimicizia e violenza, di affermare il perdono invece della vendetta, allora si sentiranno tutti attirati da me» (cf Gv 12,32).

(inviato da Pia)

Enzo Bianchi Chiamati a vivere  – Rubrica La bisaccia del mendicante – Febbraio 2018

di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione.
Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilio Vaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale.

Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra società difficilmente si pongono il problema della vocazione nel senso più profondo e vasto, anche quando hanno una vita ecclesiale di una certa intensità. Come se l’avventura umana potesse fare a meno di questa inquietudine e delle domande che naturalmente sorgono e abitano nel cuore di chi dall’adolescenza entra nella pienezza della vita. Per questo è urgente che si parli innanzitutto di vocazione umana, vocazione alla vita, prima ancora di qualsiasi determinazione e assunzione di forme di vita specifiche.

Ciascuno, credente o non credente, cristiano o no, è chiamato a vivere: questa vocazione alla vita è costitutiva e decisiva per ogni essere umano. Ma come si percepisce questa vocazione, in che modi risuona questa chiamata? È come una voce che sta nell’intimo di ogni persona, voce che chiede di uscire, di lasciare, di partire… È la voce sottile udita da Abramo: “Lech lechà, Va’ verso te stesso!” (Gen 12,1). È la voce percepita da Mosè come eco della sofferenza del suo popolo e invito a intervenire in suo aiuto (es 3,7 ss.). È quel fuoco che Geremia avverte dentro di sé senza riuscire a contenerlo (Ger 20,9). È la voce che chiede a ogni giovane di camminare per aprire davanti a sé un cammino. In questa chiamata c’è qualcosa che appartiene a quella pulsione a vivere che ognuno di noi ha già vissuto nell’utero della propria madre. È un ascolto personalissimo e originario che chiede di essere accolto in vista della pienezza di vita e della felicità. È l’esperienza dell’emergenza del sé.

Non è facile parlare di questa vocazione umana, perché è unica per ciascuno, unica e irripetibile: nessuno può destare dall’esterno questa chiamata e, infatti, quando in un giovane non si trova senso alla vita e dunque non risuona questa voce, noi restiamo impotenti. Resta tuttavia vero che chi è vicino ai giovani e vuole porsi nei loro confronti come traghettatore può fare molto, può “in-segnare”, nel senso di fare segno, può favorire l’ascolto destando fiducia e speranza. Niente di più, ma niente di meno.

Ognuno di noi ha sentito la vocazione decisiva quando ha potuto aver fiducia negli altri e da altri ricevere fiducia, quando ha compreso che qualcuno poteva attendersi qualcosa da lui. Certo, per i cristiani è sempre il Signore all’origine di questa voce, ma oggi, in questa situazione in cui sembra sia diventato più difficile discernere la presenza di Dio nel quotidiano, occorrono uomini e donne che – accanto e al di là dei genitori – siano presenti e capaci di ascolto delle nuove generazioni, in modo che queste abbiano figure di riferimento diverse ma autorevoli, e possano così attingere alle energie di una vita vissuta come buona, bella e, per quanto possibile, felice. La vita di ciascuno di noi è una e una sola: è un dono e, proprio per questo, una chiamata, una vocazione e, in ultima istanza, una responsabilità. Oggi, prima di preoccuparci fino all’ansia per le vocazioni specifiche nella chiesa, facciamo in modo che ogni giovane che incontriamo senta che è chiamato a vivere e, se è cristiano, che Dio lo chiama innanzitutto alla vita umana in pienezza. Allora, sarà anche possibile che quella vita ricevuta in dono, accolta e coltivata, sia poi donata agli altri, in forme e modalità che ciascuno saprà riconoscere come rispondenti alla propria verità.

(inviato da Pia)

Missione Casacalenda 2017

Missione Casacalenda 2017    –  30 Luglio  5 agosto
Abbiamo organizzato nella parrocchia di Casacalenda Diocesi di Termoli – Larino, la missione annuale.
Hanno partecipato:  M. Gregoria insieme a due laiche, Giuseppina e Agnese di Roma e da Larino M. Adalgisa e Sr. Daniela.
Il 30 Luglio durante la Santa Messa delle ore 10:30 è stato conferito il mandato missionario dal Parroco Don Michele  e  il parroco de Larino Don Costantino.
Nel pomeriggio dello stesso giorno si è  celebrata la Santa Messa nella casa di riposo alla quale hanno partecipato gli ospiti della stessa. Dopo la celebrazione, come momento di divertimento, si è giocato alla tombola con la gioia di tutti.
Da lunedì a sabato, di mattina e di pomeriggio, si visitavano le famiglie, i malati, ai quali si portava anche la Santa Comunione.
In questa comunità c’è l’accoglienza per gli immigrati:  in una casa  gli adolescenti e in un’altra i giovani. Anche con loro si è giocato a tombola con  premi.
Le Lodi giornaliere al mattino si celebravano insieme con la comunità parrocchiale e il Santo Rosario alla sera, tutto animato dalle suore.
Il giovedì della settimana di missione, in serata,  con il gruppo di preghiera “l’Edicola di San Pio” nella piazza  Padre Pio, c’è stata la preghiera del Rosario con Catechesi e testimonianze delle suore.
Il sabato 5 è stata la chiusura della missione con la Santa Messa celebrata con  la comunità parrocchiale, concludendo con un agape fraterno. 
AGAPE FRATERNA
 
TOMBOLA
 
MANDATO MISSIONARIO