novembre 28, 2021

Camilla Rolon

Istituto Suore Povere Bonaerensi di San Giuseppe – Delegazione Italiana –

Come Giuseppe “Capace di un contatto profondo e silenzioso con Dio”

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Una delle caratteristiche che contraddistinguono le nostre costituzioni come tipiche di San Giuseppe è questa: “Capaci di un contatto profondo e silenzioso con Dio”

Giuseppe riflette nel suo silenzio il silenzio divino … San Giovanni della Croce dice: “Il Padre ha detto una parola: che era suo Figlio, e questa parola  parla sempre nell’eterno silenzio , e nel silenzio bisogna ascoltare l’anima”. Il Padre non ha detto più che una sola Parola, suo Figlio, e in eterno silenzio la ripete sempre … ”Il silenzio di Giuseppe che contempla Gesù è un riflesso fedelissimo di quel silenzio del Padre, che contempla suo Figlio e tace … Giuseppe non aveva la missione di annunciare Gesù, ma di amarlo a gesti e in silenzio. Il suo amore era allo stesso tempo dolce e forte, calmo e fervente, gentile e focoso, emotivo e tenero. Giuseppe tace per ascoltare  il Verbo, la Parola, e così tace per ascoltare il mistero in ogni persona e in ogni cosa. Come San Giuseppe dobbiamo vivere il silenzio, essere disponibili al mistero di ogni persona e di ogni situazione e comunicare così in noi l’amore del Padre e del Figlio …

Qualsiasi compito che richieda una seria applicazione delle nostre facoltà presuppone il raccoglimento e il silenzio che lo rendono possibile. L’uomo saggio ha bisogno del silenzio per preparare le sue esperienze, per scrivere attentamente le sue condizioni ed i loro risultati. Il filosofo si raccoglie in solitudine per ordinare e approfondire i suoi pensieri. Il silenzio che il pensatore cerca avidamente per applicare alla riflessione tutte le sue energie intellettuali, sarà ancor più necessario, a livello spirituale, per applicare tutta la sua anima alla ricerca del suo oggetto divino.

C’è un silenzio esteriore del linguaggio e dell’attività naturale e un silenzio dei poteri interiori dell’anima.

Nel linguaggio attuale, stare in silenzio significa stare zitti. Ciò indica l’importanza di un uso equilibrato della lingua per la pratica del silenzio. Della lingua si è potuto dire che è il meglio che ci sia e il peggio. Fonte di grandi beni e gravi mali. Lo esprime molto bene l’apostolo Giacomo nella sua lettera: Gc. 3, 2-9 “Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio”. Ciò che l’anima ha di più intimo e personale viene esternato attraverso la parola quando, per comunicarlo, esprime pensieri e sentimenti. Questa comunicazione può essere un beneficio per chi la fa e per chi la riceve. L’espressione che viene esteriorizzata mette a nudo le profondità dell’anima. Qualsiasi eccesso di parole è dannoso. Il nostro Dio che si è rifugiato nel profondo dell’anima e ha posto la sua azione creatrice in questa oscurità e in questo silenzio, sembra infastidito da questa eccessiva esteriorizzazione.

Allo stesso modo, la comunicazione proveniente dall’esterno, che dovrebbe arricchire, a volte non fa altro che disturbare il silenzio dell’anima e l’opera di Dio, apportando materiale di tentazione, in una parola, cause di agitazione che aumentano le difficoltà del raccoglimento interiore e minacciano di paralizzare l’azione di Dio.

In questo modo la ciarlataneria è particolarmente dannosa per la profondità. Attirato verso l’esterno dal suo bisogno di raccontare tutto, il ciarlatano non può restare che a un livello superficiale, lontano da Dio e da ogni attività profonda, da cui nascono le risposte più corrette. Il ciarlatano non ha tempo per riprendersi, per pensare o per vivere profondamente. A causa dell’agitazione che lo circonda, impedisce agli altri il lavoro e il raccoglimento fecondo. Superficiale e vanitoso, il ciarlatano è un essere pericoloso.

Nel parlare troppo si perde tempo e l’anima si svuota. Il silenzio restituisce un ritorno a noi stessi, alle regioni più profonde dove c’è armonia e migliore discernimento, e uno sguardo verso l’alto, verso Dio, verso la mia identità in Lui.

San Giuseppe ci direbbe: “Non voglio essere un ciarlatano. Voglio mantenere una grande calma nell’anima … non dare di me stesso più di quello che gli altri possono ricevere con profitto, per conservare il resto nell’interiorità come l’anima custodisce i suoi più grandi tesori con l’intenzione di donarlo quando sarà il momento ”

Come la ciarlataneria, l’attività naturale può alterare il silenzio in cui Dio si fa sentire nell’anima. Quando l’attività eccede la vita quotidiana, fino al   punto da non lasciare spazio a una minima parte sufficiente per l’interiorizzazione, si trasforma in attivismo. L’attività è feconda quando una persona la usa per identificarsi con il piano di Dio. Diventa dannosa quando vogliamo soddisfare più noi stessi, alimentando il nostro amor proprio, anziché quello verso Dio.

Santa Teresa dice: “Da dove viene il disgusto quando siamo stati separati per la maggior parte della giornata dalla Presenza di Dio, anche se siamo impegnati nelle cose buone? Secondo me questo è il motivo, l’amor proprio che si mescola e non sappiamo se vogliamo piacere più a Dio o a noi stessi. Dopo che un’anima inizia ad apprezzare quanto sia soave il Signore, prova più piacere nel lavorare (il corpo) e riposare l’anima ”

L’anima si raccoglie per un momento, impone il silenzio e il riposo le sue potenzialità, ristabilisce la sua situazione, ritrova Dio nella sua attività più profonda e torna al suo compito, che d’ora in poi lo adempirà meglio perché svolto con clamore e ordine.

Dio vive, opera e realizza la sua attività misteriosa nell’anima, nelle parti più spirituali.   Finché regna il silenzio in queste parti profonde, hanno poca importanza il trambusto e le attività esteriori. Quindi il silenzio interiore è la cosa più importante. Il silenzio esteriore non ha valore se non nella misura in cui favorisce l’interno.

Il silenzio di San Giuseppe non è muto ma porta gradualmente al passaggio interiore. Il silenzio rivela ciò che è di troppo, ciò che non serve, rivela bugie, le cose che stavo “truccando”, ciò che forse sono giunto a mascherare … nel silenzio rilevo come sono, quali ospiti ho nel cuore e quali intrusi ho lasciato entrare … è mettermi davanti al Padre come sono … il silenzio è ascoltare, si tratta di ricettività, di farsi spazio interiore, di scavarsi come contenitore …  di conseguenza la domanda non è come vivi il silenzio, o quanto ti costa, la domanda è: Sei una persona attenta al Padre? … Com’è il tuo ascolto rispetto a Lui? … perché è di questo che si tratta … prestare attenzione a un Dio attento … essere in grado di mettere a tacere tutto per prestare attenzione a un Dio che quando ho bisogno di Lui, mette tutto a tacere per prendersi cura di me …, “assisti e ti assisteranno”.  Raggiungere un attento silenzio durante l’ascolto del Verbo è il più grande servizio che possiamo fare.

Il silenzio non è mutismo, è in sostanza la mia prima lingua, e poiché sono abitato da Dio, desidero profondamente stare con Lui in modo intimo come eravamo all’inizio … sentire una volta e un’altra ancora: “Sei il figlio mio amato … il mio preferito …” e restando con Lui, la mia vita ritorna al suo punto essenziale e io resto solo ciò che sono, riprendo l’identità e l’autenticità dell’inizio…, Il silenzio di San Giuseppe ci rivela ciò che è essenziale e ciò che invece è in più …

Chiediti ora:

A quali cose presti le tue orecchie? … Riconosci la voce del Padre tra le altre voci? Vivi l’essenziale? Quali cose ti sono “appiccicate” che non hanno a che vedere con la tua identità più profonda dell’essere in Lui?